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    August 07

    "Noi non siamo così, noi non rubiamo!"

    Ogni individuo appartenente al genere umano è diverso e diverso e diverso sarà sempre il suo modo di rapportarsi alle cose che lo circondano.

    L'esperienza della Lega Missionaria Studenti al campo Rom di Palermo comincia circa un paio di anni fa quando, per mezzo di un operatore sanitario del U.S.L., è arrivata la proposta di andare a visitare quel luogo. Nessuno di noi s'era mai occupato di immigrati né tanto meno di Rom. Sino ad allora infatti la nostra specialità era stata quella di organizzare colonie estive per bambini disagiati di Catania e a Palermo di rinforzare il doposcuola delle Suore Missionarie della Carità della Kalsa.

    Una volta vinti i timori e le perplessità, entrare al campo è stato come farsi una doccia fredda, un risvegliarsi improvviso o come alcuni di noi hanno detto un aprire gli occhi. É molto complicato da spiegare, perché all'inizio pensi le peggiori cose sui Rom e le pensi anche quando pensi di non pensarle, anche quando ti riempi la bocca, se non la pancia, dei tuoi buoni propositi. Poi arrivi là i bambini che ti saltano addosso, le persone che ti vengono incontro tutte preoccupate di rimuovere i tuoi sicuri pregiudizi “Noi non siamo così, noi non rubiamo” ti senti dire. In quell'esatto momento ti accorgi che sono persone e capisci quanto tutta la faccenda diventi semplice.

    Giri nuovamente lo sguardo attorno a te e guardi meglio: spazzatura, baracche di amianto, cessi a cielo aperto, bambini scalzi, topi, merda. Eppure dall'altro lato del campo a pochi metri comincia la civiltà, cominciano le case, gli asfalti, i semafori, le scuole, comincia il perbenismo, comincia il senso di timore, l'egoismo, la superficialità, il pregiudizio. Il contrasto tra bene e male è talmente stridente che all'inizio non ci capisci nulla, eri venuto pensando di essere tu il bene e credendo che loro erano il male o almeno responsabili della loro sorte, scopri, invece, di essere tu l'aguzzino, che senza neanche saperlo, né forse volerlo, tiene della gente in una specie di lager in pieno centro città.

    Poi vai avanti, conosci le persone, i luoghi, impari il loro modo di pensare e vedi che anche loro hanno forti e violenti pregiudizi nei tuoi confronti e udite udite: anche loro pensano che tuoi li vuoi derubare. Pensano che la nostra associazione abbia dei progetti finanziati dal comune o dalla comunità europea, pensano (cosa giusta e sacrosanta) che quei soldi siano destinati a loro e che non è giusto che delle associazioni se li prendano per il loro scopi, per lucrarci sopra.

    “Noi non siamo così, noi non rubiamo” mi verrebbe da dire e poi penso che da vent'anni tante associazioni sono passate da lì, tante hanno giocato con il loro bambini esattamente come abbiamo fatto noi, allora tacciò. Quando dico “Noi” a nome di chi sto parlando? Mio? Del mio gruppo? Di noi palermitani? Degli italiani? E lì mi viene da pensare di non poter dire nulla, che non è vero che noi non rubiamo, che qualcosa gli abbiamo senz'altro rubato ed è la loro dignità di persone. Lì mi viene da pensare che il comportamento dei miei pari, di chi mi ha preceduto, ha creato un muro, ha intessuto una trama, ha già raccontato una storia, prima di me, prima di loro, prima che io e loro ci incontrassimo. La storia ce la siamo già raccontata senza neanche conoscerci, senza neanche vederci, senza neanche presentarci.

    Occorre allora avere forza per tirare giù la tela, per rischiare in prima persona e riscrivere quella storia. Occorre scrollarsi l'esito confortante di quel racconto, nel quale comunque vada noi siamo i buoni e loro i cattivi, occorre avere la lealtà di mescolare le carte e cominciare davvero la partita. Di scoprire che bene e male si confondo e che in questo confondersi siamo tutti simili, tutti colpevoli e tutti con qualche guaio da rimediare. Ti ritorna in mente quel pensiero iniziale, quella frase trattenuta tra i denti al primo incontro e che tanto ti aveva stordito: “Ma sono come noi!”; si sono come noi e questo può essere un buon punto di partenza.

    Insieme a loro abbiamo giocato, abbiamo continuato a fare quello che sapevamo fare meglio, educare i bambini, abbiamo studiato, abbiamo discusso e mangiato e se ci chiedeste quanto conosciamo i Rom, adesso risponderei che non li conosciamo per nulla, adesso non risponderei affatto. Adesso che dietro quella parola “Rom” vedo volti e persone, mi verrebbe da pensare solo quanto è stupida quella domanda. Forse rubano, forse amano vivere da zingari e però se la risposta ai miei occhi non può più essere “Vivono così perché sono Rom”, se essere Rom non vuol dire proprio nulla, perché prima di tutto siamo tutti persone, allora tutte quelle espressioni apodittiche, tutte quelle tristi certezze sul loro conto diventano d'un tratto altre tanti punti di domanda, diventano altrettanti dubbi... E lì mi viene da pensare che comunque sia il dubbio è sempre un buon inizio.

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