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    September 15

    I propositi dell'anima


    Succede per effetto della disperazione che tanti uomini in un medesimo tempo si lasciano andare lungo i sentieri della vita, rinuncino, desistano, si arrendano. Succede sin troppo spesso in questo duello che l'arresa preceda la morte e che la paura di morire, quell'alito gelido che s'avverte lungo il collo, domini ogni singola esistenza. Succede che questi piccoli, tanti uomini, si cerchino un recinto, si trovino un pastore, si affidino ad un qualcosa di esterno, recitando rosari, incamminandosi verso la via di Damasco. Costoro cercano la pace e trovano la guerra, scansano la vita e si guadagnano la maledizione. Gli uomini nel loro gregge pascolano beati, percorrono vie ben asfaltate, in degli orari prestabiliti. Si svegliano presto la mattina, in cerca di attività che non hanno desiderano, si guadagnano il pane come si suol dire, abboccano tutti all'amo del padrone, che li rende schiavi due volte, la prima quando li convince a lavorare e la seconda quando li convince che è nel loro interesse. Costoro confondono la realizzazione con il semplice movimento, la piena consapevolezza di sé, con il guadagnar tempo, anzi meglio con il perderlo, immaginano sia preferibile riempirsi le ore con le feste di palazzo, la vita di corte, attorno ai trofei di cemento o alle coppe di metallo e benzina. Si fanno meschini a volte come vasi di terracotta, oppure peggio si sopravalutano e sopravalutano i loro obiettivi, sino al punto dal confondere con il successo o il dominio, la leadership guadagnata in mezzo ai propri pari, altri inetti come lui. Essi divengono così dei capò, esseri se è possibili ancora più vili dominanti dominatori domati e asserviti. Succede che la paura di morire si trasforma in sentimento religioso e qualcuno in questa miseria accoglie il dolore e diviene anima pia e costoro son meno inetti dei primi, nella loro miseria hanno appreso l'essenza della loro vigliaccheria e ne hanno fatto un Dio da portare insieme alla loro croce. In mezzo a questo varco in cui qualcuno vince e tutti gli altri hanno già perso prima di combattere, si innesta la razza peggiore, una razza di uomini maledetti, per loro stessa natura. Costoro non perdono e non vincono e forse neanche combattono. Succede che nel duello tra la vita e la morte qualche anima confonda la morte con una paura passeggerà, col brivido del salto lungo qualche sentiero scosceso, costoro di illudono di aver vinto la paura della morte, mentre di fatto sono talmente supercificiali da non saperla neanche cogliere. Gli altri, gli uomini dediti alla morale e al lavoro, hanno invece visto la morte e hanno tremato di fronte ad essa, hanno così rinunciato ai loro agi, alle loro manovre di libertà e sono divenuti servi. Tuttavia alla maggior parte di questi la vita ha riserbato il dono della dimenticanza, la capacità di trasporsi e di trasfigurare i propri valori; agli occhi di questo immenso gregge la loro debolezza è divenuta forza e la loro onta una virtù. C'è invece la razza degli uomini in cui paura e genio non si contraddicono, che indietreggiano di fronte l'ombra nera, ma non così tanto da cadere nel fosso. Costoro vivono la morte, la dama nera li bacia e a tratti li seduce, costoro trascorrono le loro giornate ad avanzare e trarsi indietro. Vedono la trappola del buon pastore e la giudicano migliore del mondo fuori e tuttavia il loro genio, la loro malattia morale, gli impedisce di percorrere con coerenza quel sentiero e ad ogni ciglio di strada pretendono di correre indietro o di gettarsi via di lato per poi di nuovo proseguire. Ricomincia ancora più forte la loro pena quando finalmente presi di coraggio cercano di porre a se i propri valori mentre li cercano in altro. Anche in costoro il sentimento religioso fa buona presa, anche in costoro è forte il sentimento della virtù, ma non come trasmutazione di valori, bensì come innalzamento ed elevazione. In essi il loro spirito riflessivo, li spinge ad introiettare il male, ad assumere in sé la colpa della loro debolezza e a santificare, solidificare, sostanziare un valore un ideale. Nascono così gli Dei e la loro fede diventa più convinta, quanto più si intreccia la matassa, più genuina quanto più forte è la voglia di evadere. Pare però che tutti trascurino un fatto evidente, tutti trascurino che nessuno ha veramente vinto la paura della morte e che essa resta nonostante tutto l'unica malattia morale o come volevano i cristiani l'unico vero peccato. Al genio morale, pare si prospetti sempre di nuovo lo stesso dilemma, vivere ed aver paura di morire oppure cedersi misericordiosamente alla morte, al bacio gelido di un addio: vincere la morte è morire. Essi divengono testimoni, martiri, condottieri, maestri e tuttavia neanche loro vivono; essi finiscono anzi col rafforzare gli argomenti di coloro i quali rinunciano alla vita per la morte. Non c'è utopia in questa visione, non c'è speranza, non c'è liberazione. Ogni altro argomento parrebbe illusorio, discrezionale. Ad ogni passo lo spirito ribelle si spegne e diviene vigliacco. A tutti coloro che vedono questa trappola non resta altro da fare che deporre ogni ragionamento, e darsi via al sentimento morale. Non resta altro che combattere e farsi convinti che la vita è una guerra, dove non ci sono né vinti, né vincitori, che la felicità è il sentimento dei vigliacchi e che l'onore è l'unica cosa che in campo si può pretendere. Per costoro occorre non darsi scelte, né rinunciare alla grandiosità e alla maestosità della vittoria, conoscendo bene i gusto disgustoso del sangue fra i denti. Per essi la scelta diviene una sofferenza, ma in questa sofferenza non rinunciano a scegliere, la libertà stessa diventa un fardello eppure non si separano da essa, ad essi il mondo darà torto e non importa quale parte di mondo (se quello dei vinti o dei vincitori), perché essi sono fuori dal mondo. Costoro conoscono la loro pochezza, la misurano palmo a palmo ed è con la loro debolezza che si fanno avanti, spingendo col peso stesso del loro corpo ciò che non riescono a trasportare. E se gli chiedi perché, essi non ti risponderanno né per la felicità, né per l'amore, né per la terra, ma solo perché è nella loro natura.

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